San Giorgio della Richinvelda (IT)

San Giorgio della Richinvelda
Pordenone, Friuli-Venezia Giulia, Italy
A One-Place Study

RECORD INDICIZZATI
Atti di Nascita: 2,718
Atti di Matrimonio: 373
Atti di Morte: 1,496

TOTALE: 4,583

Ultimo Aggiornamento 2 mar 2021

San Giorgio della Richinvelda Stemma

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Map of San Giorgio della Richinvelda

Geografia

San Giorgio della Richinvelda è un comune situato in la provincia di Pordenone, nella regione del Friuli-Venezia Giulia nel nordest dell’Italia. Il comune è compreso tra i fiumi Torrente Meduna e Tagliamento, ed è costituito dalle frazzioni di Aurava, Cosa, Domanins, Pozzo, Provesano, Rauscedo e San Giorgio.

Aurava

Il nome di questa villa appare per la prima volta in un documento del 1204.

La chiesa primitiva dedicata a S. Lorenzo Martire sorgeva ove ora è l’attuale cimitero. Deve essere stata molto antica perchè il culto a questo santo risale ai primi secoli della diffusione del cristianesimo nella nostra regione. Dalla visita Apostolica del vescovo Nores apprendiamo che nel 1584 la chiesa aveva all’interno un solo altare e all’esterno era protetta da un pronao. Tale edificio fu demolito nel 1860 mentre l’attuale chiesa fu costruita tra il 1855 e il 1868. All’interno si conserva una bella pala rappresentante il titolare, S. Lorenzo, del pittore Umberto Martina.

Dal punto di vista socio-economico Aurava ha una caratteristica che la evidenzia dai paesi limitrofi per la predilizione a incentivare la produzione agricola, impostata sull’unica ricchezza delle nostre terre, che si esprime nella scelta di colture essenziali (mais, foraggi e vino), nell’allevamento del bastiame e quindi nell’industria casearia. – Luigi Luchini

Cosa

Il nome al villagio di Cosa è stato dato dal torrente che scorre poco lontano. Il luogo è ricordato per la prima volta nel 1164 e la chiesa di S. Tomaso è menzionata in un documento del 1281.

Certamente famosa deve essere stata nel XIII secolo la festa di <<S. Thomae de Cosa>> che cadeva la domenica dopo il mercato di S. Sabata se è ricordata nell’atto d’investitura dei feudi spilimberghesi al nobile Giovanni Di Zuccola da parte del patriarca Raimondo della Torre. La festa e il mercato venivano custoditi dai giurisdicenti di Spilimbergo e per il mantenimento dell’ordine venivano date le dovute spiegazioni mediante bandi che venivano pubblicati qualche tempo prima della festa. La fiera che avveniva in concomitanza della festa religiosa era anche l’occasione favorevole per lo scambio di prodotti e per la conclusione di affari se si considerano le difficoltà ed i pericoli che un viaggio, se pur breve, presentava.

Dal sopracitato documento rileviamo anche che i nobili Savorgnano possedevano 11 masi in Cosa e che regolarmente il davano in feudo agli Spilimbergo.

Attualmente Cosa vive prevalentemente di una economia agricola e vede precluse le sue possibilità  di un concreto progresso socio-economico. – Luigi Luchini

Domanins

L’origine dell’abitato di Domanins è molto probabilmente alto-medioevale, VII od VIII secolo. Con questo non si esclude che il paese possa essere di origine romana. Il nome dovrebbe essere di origine prediale da Daminius o Taminius (fondo di Daminius).

Il periodo documentato incomincia però solo nel XII secolo. A quel tempo esisteva già  un piccolo borgo difeso da una rudimentale cortina. È noto che il monastero di S. Paolo in Lavanthal aveva possessi anche in Friuli e tra questi alcuni a Domanins. Infatti, come risulta da un documento del 1123 o 1124, quel convento ricevette da Errico IV di Sponheim duca di Carinzia: <<…in Foroiuli…7 hobe (masi) in villa Vivar, due in villa Dominik (Domanins) ed anche Willhelmo coi figli e figlie eccetto uno scelto dal padre…>>. In un elenco dei beni in Friuli compilato dal suddetto monastero, nel 1361, si rileva che i redditi ricavati dai beni in villa <<Tomanins doveva dare uno staio di frumento, uno di sorgo, uno di miglio, un’urna di vino, un pollo, una schiena ed una spalla di maiale e dieci uova>>. Lo stesso doveva dare <<Domenico>>. Un maso fu poi distrutto dal Meduna.

Domanins si presenta urbanisticamente ben distribuito e le abitazioni hanno un aspetto dignitoso e moderno. Il paese ha la sua inconfondibile nota caratteristica: nella grande e verde piazza dov’è la chiesa e a fianco ad essa si erge il bel campanile disegnato da Girolamo D’Aronco.

Anche Domanins ha come base della sua economia l’agricoltura che si avvale del resto, come per gli altri piccoli centri della zona, dell’apporto di altre attività imprenditoriali, come l’edilizia e l’impiego della manodopera nell’industria dei centri più vicini. – Luigi Luchini

Pozzo

La primitiva chiesa di S. Sabata di Pozzo ricordata nel 1281 (<<…et forum Sancte Sabate e forum de Cossa in dominica aut festum Sancti Thome…>>) sorgeva presso il Tagliamento. Ora una grande croce di pietra ci tramanda il suo ricordo. S. Sabata o Sabina non è altro che la contraffazione di S. Maria in sabato. Nelll’alto Medioevo, infatti, il sabato era dedicato alla Madonna (come il giovedì all’Eucarestia) e la festa di S. Sabata era l’occasione per un mercato famoso quanto quello di S. Tomaso di Cosa.

Nell’VIII secolo il patriarca S. Paolino richiamò i fedeli che anteponevano il sabato alla domenica, riferendosi ad un constume culturale molto antico che forse trovava la sua origine nei secoli della prima diffusione del cristianesimo nella nostra regione; lo stesso ammonimento lo faceva il patriarca Grimani nel 1499.

L’antica chiesa di S. Urbano e Sabina doveva essere bella e suggestiva se nel 1584 si è meritata un elogio dal vescovo Nores: <<Ecclesia de Puteo que est consacrata et deunter ornata, nulli indicet>>. Forse è l’unico elogio che il delegato Apostolico ha fatto durante le sue visite alle chiese della diocesi di Concordia. Questa chiesa venne abbattuta alla fine del ‘700 e nel 1801 fu costruita l’attuale al centro del paese. Il campanile è stato costruito su progetto dell’architetto D’Aronco.

Pozzo conta attualmente 450 abitanti e vive prevalentemente di economia agricola. – Luigi Luchini

Provesano

Il nome di Provesano è di origine romana (da Publicius o Probicianus) e appare per la prima volta nel 1005 (Joppi). 

Non si conosce l’epoca della sua separazione dalla matrice di S. Giorgio, ma certamente avvenne prima del 1392, anno in cui era parroco pre’ Giorgio da Venezia.

Nel 1496 la chiesa, appena ricostruita, fu affrescata da Gian Francesco da Tolmezzo. I dipinti occupano tutto il coro e rappresentano sulla parete di fondo la Passione, Morte e Risurrezione di Gesù Cristo; sulla volta i quattro evangelisti seduti in cattedra e circondati da Angeli; sulle parti inferiori delle pareti, l’Inferno ed il Paradiso. Il fronte della navata di destra è affrescato da Pietro da S. Vito. I dipinti rappresentano una Madonna con i due Santi Sebastiano e Rocco, eseguiti su commissione di due fedeli a ciò tenuti per soddisfare un voto.

Il paese, ad economia prevalentemente agricola, ha poco più di 500 abitanti e si snoda lungo le due vie che si incrociano al centro dell’abitato. – Luigi Luchini

Rauscedo

Sembra che il nome drivi da <<rausea>>, pianta che in basso latino significa canna, canneto, <<cianeit>>. Nel XIII secolo avevano in questa villa possedimenti i monasteri carinziani di S. Michele di Millstatt e di S. Paolo in Lavanthal. Questi beni poi furono venduti nel 1460 al nobile Giacomo di Valvasone. L’antica chiesa di S. Maria sorgeva nell’attuale cimitero, in prossimità  del borgo, sulla sponda sinistra del Meduna (il fiume fu deviato verso il 1886). Essa è ricordata per la prima volta nel 1361 nell’inventario dei beni del convento di S. Paolo in Carinzia. In essi si rileva, tra le altre cose, che l’abate donò alla povera chiesa di Rauscedo un maso <<pro luminem>>, ma i canonici concordiesi se ne impossessarono.

Nel 1584 mons. Nores che la visitò, così la descrive: <<La cappellania di Rauscedo dista due miglia dalla matrice. La chiesa di una rospettabile antichità , è col battistero e cimitero per la comodità  del popolo. Un cappellano celebra ogni giorno senza esercitare cura d’anime e percepisce una rendita di venti ducati annui. Nell’interno della chiesa vi sono tre altari, due di pietra consacrati e uno in legno non consacrato>>.

La storia economico-agricola di Rauscedo negli ultimi anni ha una sua peculiarità  che scaturisce dalla presenza della grande cooperativa tra vivaisti per la produzione di <<barbatelle>> che ha garantito a tutti i paesani lavoro e prosperità .

L’aspetto più appariscente del paese, con una gricoltura che si avvale dell’apporto della meccanizzazione, è quello di aver saputo scegliere per la produzione, una conduzione cooperativistica. – Luigi Luchini